LA SCUOLA E’ UN MACELLO E LO SAPPIAMO MA…

In questi giorni, anche se sono in movimento e lontano dal pensiero della scuola, penso comunque che la scuola è riiniziata.
E penso che è più di un anno che è terminato il progetto di scuola media parentale nel quale ho lavorato e contribuito per più di quattro anni.

L’anno scorso avevo iniziato a scrivere una lettera, dopo la chiusura del progetto.
Una lettera per i ragazzi, che voleva essere pubblica. Poi non la conclusi: era ancora tutto troppo fresco.
Volevo ricordare a me, ricordare a loro e far sapere a più persone possibili quello che era stata la nostra scuola, cosa erano stati questi anni. Cosa che aveva funzionato e cosa no.
Volevo ricordarmi quello che avevamo creato insieme: non una scuola perfetta, ma una scuola umana.
Una scuola in cui invece dell’ossessione dei voti, ci trovavamo in cerchio e davamo un feedback allo studente, lo apprezzavamo per una sua qualità e individuavamo una sfida, un aspetto da migliorare Una scuola dove non dovevamo pagare un bidello perché erano gli studenti che pulivano la loro scuola (va bè qualche volta pulivamo anche noi e i genitori): una scuola dove per fare una gita o un progetto gli insegnanti non dovevamo impazzire tra burocrazie impossibili, una scuola dove facevamo laboratori filosofici partendo dalle domande degli studenti, dove l’educazione civica non era una palla moralistica ma imparare come ascoltare e comunicare e prendere accordi insieme, una scuola dove  gli insegnanti, a differenza di molte scuole in cui ho insegnato, non dovevano avere paura dei genitori e viceversa, dove gli studenti non dovevano avere paura degli insegnanti, e viceversa, perché bastavano tre cose: fiducia, stima, rispetto.
Certo, non era una scuola ideale: c’erano problemi e difficoltà.

Ma se guardo cosa è oggi la cosiddetta scuola pubblica – non dovremmo nemmeno più chiamarla così perché non lo è – sento un gelo che mi attraversa il corpo.

Certo, non si può generalizzare,non è tutto uguale, le scuole sono diverse, e ci sono alcuni insegnanti davvero meravigliosi e ormai parlare male di scuola in Italia è come sparare sulla croce rossa.
Ma tutti ormai sappiamo che la scuola non funziona, che c’è qualcosa di molto profondo che non va.

Per ciò che ho visto io come insegnante e ascoltando le esperienze di colleghi studenti e genitori, considerando le dovute differenze ed eccezioni, posso dire che la scuola è un macello, un girone infernale di omologazione e competizione, dove il disagio psichico aumenta esponenzialmente.

Cosa insegniamo e soprattutto come? Chi sono questi ragazzi che non riconosciamo più? Perché deve essere tutto cosi inutilmente stressante per genitori insegnanti e studenti? Perchè gli insegnanti sono già in burn out? Perchè gli studenti soffrono di attacchi di panico? Dov’è finito il piacere innato della curiosità della ricerca e della creatività? Perchè oggi è considerato bravo insegnante un ligio impiegatuccio e non un catalizzatore anche un po’ scomodo che smuove il dubbio, il senso critico e la ricerca nei suoi studenti?

Le ricette che vengono da più parti su come trasformare la scuola però vanno in direzioni diverse e confuse. Esse sono troppe e per lo più inutili. E non sarà un cambio di governo o di ministro che farà la differenza.

Io credo che avremmo bisogno di fermare tutto, come diceva Pasolini.

Invece di riempire le teste, i registri elettronici, le caselle email e i gruppi wapp, tornare alla vera e-ducazione: fare spazio.

E ripartire dal semplice.

Sembra utopia vero? Da insegnante ritengo invece che sia l’unica soluzione per non continuare in questa inutile sofferenza spacciata per educazione. Ma pochi lo faranno, se non sublimi tentativi individuali di qualche vero superstite insegnante.

Si preferisce andare avanti con questa ansia, bisogna parcheggiarli da qualche parte questi figli, e proseguire con tutto il nostro carrozzone scolastico, anche se stanno tutti male, anche se sono già tutti stressati a settembre e non vedono l’ora che finisca. Altro che scholè, la parola greca dal quale deriva il termine scuola, che significava il tempo libero sottratto alla fatica.

Non ci vogliono chissà quali pedagogie, quello che manca non sono i metodi e le formazioni.
Manca il coraggio, il coraggio di pensare davvero, di fare meno e meglio, il coraggio anche di divertirsi, di domandarsi il senso di ciò che si fa, il coraggio di chiedersi: ma che idea di essere umano sto nutrendo?

Gli studenti che sono usciti dalla nostra scuola media, e che ora sono alle superiori, hanno ottimi risultati. E sono solo i risultati scolastici. Sono in gamba, hanno una capacità di visione e di ascolto e di interazione che altri non hanno, così ci è stato riferito.
Ma dopo il primo anno di scuola superiore, iniziano ad annoiarsi terribilmente, a rompersi le scatole.
Uno di loro mi ha detto: ora, che vedo com’è la scuola superiore, capisco la fortuna che ho avuto che ho avuto a frequentare la nostra scuola.
E non sto dicendo questo per dimostrare quanto siamo stati fighi noi di questo progetto!
Lo dico perché c’è un disagio dilagante e funesto che ruota attorno alla scuola che in qualche modo viene accettato, che viene percepito come un male inevitabile. Come se il massimo a cui potrebbe aspirare un ragazzo in questi preziosi anni sia sopravvivere in qualche modo e farsi meno male possibile fino alla maturità.

In questa esperienza di quattro anni io ho toccato con mano che non è così.
E non c’entra nulla la dicotomia tra scuola pubblica e privata, scuola normale e scuola alternativa.
Si tratta di smetterla di raccontarsi fregnacce, dire che il re è nudo e non rassegnarsi.

Il fatto di aver contribuito, assieme ad altri, a creare una scuola diversa e poter già vedere i bellissimi risultati non solo mi riempie di gioia ma è una chiara dimostrazione che è stato possibile, ed è tutt’ora possibile.

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