
Nel quasi totale conformismo e collaborazionismo dei cosiddetti intellettuali italiani, nell’ambiente psuedo-culturale impaurito e allineato alle direttive del Nuovo Potere, mentre ignoravo i ricatti lavorativi e sociali spacciati subdolamente per senso civico, così come le chiamate di supplenza della scuola italiana anch’essa imbavagliata e genuflessa, cercavo qualche voce lucida, onesta e autorevole che non si fosse fatta corrompere dal fondamentalismo socio-patologico che stava contagiando e dilagando.
Ne trovai poche, ma abbastanza e bellissime.
Una di queste era quella di Francesco Benozzo, poeta, musicista e filologo. Uno dei pochissimi professori universitari ad aver contestato prontamente e radicalmente l’abominio del Green Pass, per questo sospeso dall’insegnamento dall’Università di Bologna.
L’anno dopo la sua sospensione scrisse queste parole:
“Un anno fa sono stato sospeso dall’Universitá per avere rifiutato il green pass. In tutta Italia siamo stati sospesi in due su 70.000 docenti (oltre a me, Marco Villoresi di Firenze). Oggi torno a lezione, nel generale silenzio dei colleghi, per i quali tutto procede tranquillo, come se non fosse accaduto niente. Non parlerò agli studenti della cultura che non ha nemmeno più vergogna di sé stessa, né della vigliaccheria di chi dovrebbe invece insegnare lo spirito critico. Parlerò solo di bellezza, di barlumi di luce da proteggere e dei solitari cavalieri erranti che salvarono il mondo dallo sfacelo».
Lo andai ad ascoltare sull’appennino modenese, alla Masnà del Ribelle. Fu incantevole camminare in quei boschi per poi gustare all’arrivo il suono naturale della sua arpa celtica, la sua voce e i suoi aneddoti di studioso e viaggiatore dall’appennino alle isole del Nord, i suoi canti sciamanici erranti con Barbara Zanoni.
In quel tempo feroce scelsi una sua frase come incipit del mio libro:
“il poeta è un lupo feroce. La poesia deve sradicare le nostre abitudini come un lupo sbrana le proprie vittime. Tutto il resto è letteratura da salotto, buona solo per le storie letterarie e i circoli di poesia. Il poeta è uno sterminatore.”
Nella sua apparente durezza, questa visione di un poeta sulla poesia non era lontana dalla mia: la poesia non è un inutile lusso per gente un po’ rincitrullita e staccata dalla realtà, ma al contrario la cosa più reale e necessaria, il ponte verso la Vita vera, la più potente delle rivoluzioni, fuoco che non lascia scampo al falso.
Ieri ho saputo della sua morte e oggi andrò a salutarlo su quell’appennino dove l’ho sentito cantare.
Rimarrà vivo qui con me il suo Spirito di libertà e di diserzione quotidiana.