SOSTENERE UN’IMMAGINE DI SE STESSI: CHE PALLE!

Tutti sosteniamo una o più immagini di noi, spesso a prezzo di fatiche, sofferenze, sforzi e repressioni indicibili.
A volte ce ne rendiamo conto, a volte no.
Io per esempio, spesso senza rendermene conto, ho cercato di sostenere l’immagine del bravo bimbo, poi del ribelle, dell’intellettuale, del saggio, dell’anticonformista, del figo, dell’indipendente, della persona educata e modesta, della persona che non deve ammettere il fallimento, della persona brillante e impegnata, e tante altre.  Ovviamente io non mi sentivo quasi mai all’altezza delle immagini che volevo sostenere: certe immagini  mi riuscivano meglio di altre, ma prima o poi, ogni sforzo per sostenere un’immagine di sè porta allo sfinimento e al crollo del castello basato su una sorta di finzione.

Abbiamo nell’inconscio una serie di immagini ideali su come dovremmo essere, che, quasi sempre, sono diverse da come siamo ora, da chi siamo davvero. In questo modo apriamo la porta alla sofferenza: “io non dovrei essere così”, “le cose non sarebbero dovute andare così”. L’immagine che abbiamo è quella di un me, in qualche modo perfetto e giusto (secondo le nostre categorie e i nostri condizionamenti), e lo scarto che pensiamo ci sia tra la realtà e quell’immagine ci getta nella non-accettazione e nella lotta con noi stessi.

Ora, specialmente quando sento qualcosa che mi blocca, quando non mi accetto o tendo a giudicarmi, sto imparando a chiedermi: quale immagine di me sto sostenendo?
Quale immagine di te stai sostenendo in questo momento?

Sto terminando di leggere un libro di Jeff Foster che ho trovato molto utile e che consiglio decisamente: Il Risveglio Spirituale nella Vita Quotidiana.
Nonostante la parola “spirituale” del titolo non mi faccia impazzire, Jeff Foster in questo libro riesce a cogliere il nucleo essenziale delle nostre paure e sofferenze e a mostrare con umiltà la strada verso la libertà.
Condivido qui un brano che parla proprio della relazione tra depressione, sofferenza e immagine di sé.

Il Risveglio Spirituale nella Vita Quotidiana

Per la maggior parte della mia vita, sono stato un piccolo io molto triste e solo, un’onda depressa nell’oceano cosmico della vita. Mi sentivo del tutto separato da quell’oceano, in profondo conflitto con me stesso e con gli altri, senza un attimo di pace. Per molti anni, avevo cercato disperatamente di integrarmi, di farcela, di entrare in sintonia con gli altri, di trovare l’amore, di trovare il mio posto nel mondo, ma nonostante tutti i miei sforzi, ero caduto in una depressione sempre più profonda. Incolpavo tutto e tutti per il modo in cui mi sentivo: i miei geni, la chimica del mio cervello, la mia educazione, i miei genitori, i miei amici, il mio capo, la crudeltà della vita, la nostra società ossessionata dal denaro, i media, i carnivori, i politici, le multinazionali, i delinquenti. La mia disperazione non dipendeva da me, o almeno così credevo. Era l’unica risposta possibile a una vita che mi si era rivoltata contro. La vita era crudele, ingiusta e ostile, la vita mi aveva maledetto. Incolpavo la vita per la mia disperazione, e sentivo di avere tutto il diritto di farlo. «Se avessi passato quello che ho passato io, anche tu ti sentiresti così!». Con queste parole giustificavo agli altri la mia infelicità.

La vita non era all’altezza delle mie aspettative, gli altri mi avevano deluso e, per quanto mi sforzassi, non riuscivo proprio a controllare la direzione della mia vita. Di conseguenza, me ne stavo a letto, incapace di alzarmi, meditando il suicidio, nauseato e depresso, senza la voglia né la capacità di affrontare ogni nuovo giorno. Che senso aveva alzarsi dal letto? Dietro la porta della mia stanza mi aspettava solo altra disperazione. Sapevo cos’era la vita e volevo evitarla a tutti i costi. La vita era dolore e io non volevo provare altro dolore.

Come ero finito così? In breve, nel corso della mia vita, mi ero fatto molte idee di come la vita dovesse essere. Avevo molte convinzioni sulla realtà, molte supposizioni su come le cose fossero davvero, molti concetti su cosa dovesse o non dovesse accadere nel mondo. Mi ero fatto un sacco di opinioni su cosa fosse giusto o sbagliato, buono o cattivo, normale o anormale, appropriato o inappropriato.
E avevo molte immagini di me stesso che cercavo di difendere, molte pretese riguardo a come volevo essere visto dagli altri e come volevo vedere me stesso. Volevo vedermi, ed essere visto, come un uomo di successo, attraente, intelligente, gentile, buono, compassionevole e di talento. Ma la vita continuava a intralciare le mie pretese. La vita non mi permetteva, in pratica, di essere chi volevo essere. La vita proprio non mi capiva. Le persone non mi comprendevano. Nessuno mi avrebbe mai capito! Le mie aspettative di vita frustrate e i miei costanti giudizi su me stesso causavano dolore, e io odiavo il dolore e non volevo più sentirlo.
La mia depressione riguardava il modo in cui vedevo il mondo: i miei giudizi e le mie convinzioni su di esso, le mie pretese su come questo momento dovesse essere. Alla base del mio tentativo di controllare la vita attraverso il pensiero, c’era la paura del cambiamento, della perdita e, fondamentalmente, della morte. La mia resistenza alla vita mi aveva portato al limite estremo — una depressione con istinti suicidi — ma siamo tutti esclusi dalla completezza in maggiore o minore misura: il grado in cui ci chiudiamo alla totalità è il grado in cui soffriamo. Mi ero completamente chiuso alla vita e la sofferenza era diventata insopportabile. Ero un cadavere ambulante, ma non era stata la vita a ridurmi così. Ero stato io, ingenuamente, nella ricerca di una futura completezza che non sarebbe mai arrivata.

Alla radice della mia depressione c’era la sensazione di essere una persona separata, un io individuale, un entità separata dalla vita stessa e divisa dal momento presente. Quell’io individuale doveva in qualche modo sostenere, reggere e mantenere quel qualcosa chiamato “la mia vita”, per dirigerla, per farla andare nella direzione voluta, per controllarla. Era quello che mi avevano insegnato fin da piccolo, ed era quello che il mondo mi urlava in faccia: dovevo avere il controllo della mia vita, dovevo sapere quello che volevo ed essere capace di andare a prendermelo. Tutti gli altri sembravano sapere chi erano, cosa stavano facendo, dove stavano andando, mentre io non ero in grado di tenere in piedi la mia storia senza esserne schiacciato. La depressione era l’esperienza di non essere in grado di tenere insieme la mia vita e, di conseguenza, mi sentivo depresso (schiacciato) dalla mia stessa vita.
Ora capisco, che siamo tutti schiacciati dal peso delle nostre vite, dal peso della nostra storia e dei nostri futuri immaginati. Da questo punto di vista, siamo tutti depressi! Ma è solo quando diventa praticamente impossibile sopportarne il peso che ci definiamo “depressi” e ci separiamo dagli altri. Anche se non siamo tutti depressi clinici, ci raccontiamo tutti un sacco di storie su noi stessi, tutti proviamo a far andare le nostre vite nel modo in cui vorremmo. E tutti falliamo, in qualche maniera, cercando di essere chi non siamo.
Nel pieno della mia profonda depressione traspariva un’altra possibilità: forse l’incapacità di tenere in piedi la mia vita non era affatto una malattia o un disturbo mentale né un sintomo di disfunzione o di debolezza. Forse quella vita da sostenere non era mai stata mia, fin dall’inizio. Forse non ero veramente chi pensavo di essere.

Forse la vera libertà non aveva nulla a che vedere con l’essere un’onda dell’oceano migliore delle altre, con il perfezionare la storia di me stesso. Forse il punto fondamentale della libertà consisteva, innanzitutto, nello svegliarsi dal sogno di essere onde separate e accogliere tutto ciò che appare nell’oceano dell’esperienza presente. Forse quello era il mio lavoro, la mia vera chiamata nella vita: accogliere profondamente l’esperienza presente, lasciar andare tutte le idee di come questo momento dovrebbe essere, invece di sostenere una falsa immagine di me stesso.

Cominciai a non trovare più interesse nel fingere di essere qualcosa che non ero. Cominciai a non avere interesse a resistere al momento presente. Cominciai a innamorarmi dell’esperienza presente. Scoprii la profonda accettazione intrinseca in ogni pensiero, in ogni sensazione, in ogni emozione, e la mia sofferenza finì per sgretolarsi. Compresi che non c’era nulla di sbagliato in me, e non c’era mai stato. E mi resi conto che questo era vero anche per ogni altro essere umano sul pianeta.”

Il Risveglio Spirituale nella Vita Quotidiana
Così come l’oceano accoglie ogni onda, anche la nostra consapevolezza ha già accettato ciò che accade

ALTRO LIBRO  DI JEFF FOSTER CHE CONSIGLIO

La Meraviglia dell'Essere
Risvegliarsi ad una conoscenza al di là delle parole

 

 

 

 

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