VIAGGIARE NON HA SENSO

 

Viaggiare non ha senso. Per questo mi piace.

Qualcuno mi ha chiesto: cosa stai cercando?
La prima cosa che mi è venuta fuori è: sto cercando di vivere. Probabilmente la mia risposta risultava eccessivamente filosofica, esistenzialista o banale. Ma vera.
Non c’è bisogno di viaggiare per vivere. I veri saggi viaggiano senza muoversi. È tutto nel posto dove sei, in questo momento. Non c’è bisogno di attraversare deserti, fare esperienze esotiche, sbattersi, essere trasportato con un aereo dall’altra parte del mondo.
Ma io non sono saggio. Ho ancora bisogno, ogni tanto, di viaggiare.

Se dovessi trovare i motivi dei miei viaggi ne avrei certo parecchi.
Ho viaggiato per piacere, per scappare, per conoscere.
Ho viaggiato per disperazione, per protesta, per sentirmi libero.
Ho viaggiato perché l’inverno padano mi deprime, per il sole, il mare, l’aria. Per vedere facce diverse, per cambiare pelle, per toccare con mano, per odorare, per spaesarmi, per conoscermi meglio, per pulirmi, per bellezza, per estasiarmi.

Strappo il privilegio di viaggiare rinunciando volentieri a cene, discoteche, regali, shopping consumistico, facendo una vita semplice che per qualcuno sarebbe una vita povera.
Rivendico il diritto del tempo sottratto all’abitudine, a una vita preordinata ma insoddisfacente, a finire dentro meccanismi psicologici e sociali che sono l’anticamera della stupidità e dell’infelicità.

Rivendico il bene supremo del tempo di vivere, che non c’è più solo per chi accetta che non ci sia più.
Rivendico la bellezza di questo pianeta, dei suoi elementi primordiali, dell’acqua, dell’aria, del fuoco e della terra. Rivendico il mio diritto di contemplarne il mistero e di goderne in modo pacifico e armonico. Rivendico il diritto all’avventura, e a qualche piccolo rischio, in una società dove le paure e l’ansia ossessiva della sicurezza sta creando mostri e campi di concentramento che risiedono prima di tutto nel nostro cervello.
Rivendico il paradosso e la bellezza di una sacra e sana follia, che fa piazza pulita di tutte le certezze su come dovrebbe essere la vita.

Pago il prezzo di una particolare solitudine, di una inevitabile incomprensione altrui, di un certo grado di disadattamento sociale, di una ovvia fatica a stare dentro la quotidianità della vita cosiddetta normale. Mi sento più esposto, più vulnerabile, alle prese con le difficoltà legate all’identità sociale, senza le difese socio-piscologiche che di solito la gente si tiene stretta.
Un prezzo che scelgo di pagare, perché quello che ottengo è la via che conduce a me stesso.
So sempre meno, e imparo da questo non sapere.

Il viaggio non è una vacanza. A volte si affrontano situazioni che non vorremmo, cose che non si capiscono, cibo strano, spaesamento, emozioni improvvise che salgono. Il viaggio è un acceleratore del processo del risveglio: ti invita semplicemente a confrontarti con quello che c’è e con te stesso.

Il viaggio non ha senso, ovvero appartiene a quella dimensione della bellezza dell’inutile, come sono inutili, per la mente calcolante, i fiori, l’amore e la poesia e tutto ciò che non è riducibile, sfruttabile, spiegabile e misurabile. Per questo ne ho bisogno. Si può fare a meno di viaggiare, ma solo se si è davvero saggi.

Io, ogni tanto, con il mio ritmo, continuo a viaggiare.

(questo brano è tratto dal mio Ebook VADO NELLE FILIPPINE: Racconti di viaggio e mini-guida pratica per viaggiatori zaino in spalla.

Ho appena concluso il Cammino Francese di Santiago, da Saint Jean Pied De Port a Santiago de Compostela. Nonostante il Cammino sia qualcosa di diverso da un viaggio, quello che mi ha mosso e che mi muove è sempre quello stesso spirito che si trova in queste parole.
Le foto in questo post sono state scattate sul Cammino,
nel settembre 2017, da me, Laura e Antonio, compagni di viaggio e di cammino, che ringrazio per la loro presenza).

 

 

 

 

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