LASCIAR ANDARE: COSA INSEGNA IL VIAGGIO

Lasciar andare è un’arte di cui io sono ancora un’apprendista. Rimanere aggrappati e attaccati agli oggetti, alle idee, alle persone, alle credenze,  spesso porta  sofferenza e impedisce il rinnovamento della Vita. Il viaggio può essere un ottimo maestro, un amico che ci insegna a lasciar andare nel modo giusto.
Questo è il racconto di un piccolo  episodio di viaggio, tratto dal mio ebook “VADO NELLE FILIPPINE”  in cui credevo di aver perso gli occhiali, e solo quando mi ero arreso al fatto che li avevo persi, li ho ritrovati.

 

Da Bohol ci metto un giorno intero per arrivare all’isola di Bantayan.
Riesco a partire presto, a consegnare il motorino al porto di Tagbilaran e, nonostante mi facciano aspettare mezz’ora per avere un tè e un po’ di pane, riesco a fare colazione, a riconsegnare lo scooter e a prendere a pelo il traghetto delle 9.20.
Quando faccio il biglietto scopro una cosa incredibile: c’è la possibilità di avere il posto all’aperto e non marcire chiusi dentro la nave con l’aria condizionata a palla. E costa anche meno!
Amo guardare il mare e sentire il vento sulla faccia mentre la nave è diretta verso il porto di Cebu. Un gabbiano sembra inseguire la nave più volte, come se volesse giocare e fare una gara.

Oggi mi sento molto vulnerabile. Viaggiare, specialmente da soli, porta fuori diverse emozioni, spinge a contattare parti più o meno conosciute di sé, ti mette davanti te stesso.
Quando viaggio da un punto all’altro, specialmente sull’acqua, mi sembra di fluttuare, di essere sospeso, leggero, vivo, libero. Sono partito da qualche parte, ma non sono ancora arrivato. Esiste solo il tempo del viaggio, che oggi mi invita a lasciare andare.
Al North Bus Terminal di Cebu, mentre aspetto l’autobus per il porto di Hagnaya, metto alcune cose essenziali per il viaggio nel mio piccolo zainetto, e lascio il resto nello zaino più grande, che viene messo nel portabagagli dell’autobus. Nonostante oggi sia particolarmente attento e in controllo, come se potessi perdere qualcosa da un momento all’altro, mi accorgo già sull’autobus che non trovo più i miei occhiali da vista. Ero sicuro di averli travasati nello zaino piccolo. Dico all’autista di aspettare un attimo a partire e guardo se sono sulla panchina dove ho fatto il travaso dello zaino. Niente. Dove li ho messi? Li ho forse lasciati nel bagaglio in stiva? Eppure ero convinto di averli tirati fuori…
Faccio fatica a rilassarmi, e penso alla perdita: la probabile perdita dei miei occhiali, il fatto che dovrò ricomprarli e mi costeranno soldi e di soldi ne ho già pochi… Poi penso alla perdita, in generale. Penso alle cose che inevitabilmente si perdono, a quanto e a come io sia attaccato alle cose, alla paura di perdere qualcosa, alla preoccupazione che spesso non mi fa vivere il momento presente, a come vorrei che tutto andasse come ho programmato, a come faccia programmi per proteggermi creandomi scenari mentali nel futuro, perdendo spesso l’unica cosa che esiste veramente: l’adesso.

Ovviamente so bene che questo accade quotidianamente nella vita di tutti i giorni, e non solo in viaggio. Ma in viaggio tutto ciò mi è più chiaro, perché il viaggio ti propone, e a volte ti impone, di stare nel momento, mettendo in risalto tutte le resistenze che ho per fuggire dal presente.
Quando si viaggia si capisce che più cose si possiedono, più si fa fatica. Se all’inizio lo si comprende banalmente poiché ci si rende conto che uno zaino leggero rende il viaggio leggero, in un secondo momento si capisce che la stessa cosa la possiamo applicare a noi stessi.
Abbiamo bisogno di acqua, di cibo e di un tetto. Ogni tanto di uno sguardo amico, di un po’ di calore umano. Cosa vuoi di più? Il superfluo, spesso, è solo un peso. Però gli occhiali mi servivano, porcavacca.
Ad esempio, mi vedo attaccato spasmodicamente al mio zaino rimasto nell’autobus. Non riesco a fidarmi totalmente di ciò che mi è stato detto al porto di Hagnaya, cioè che dobbiamo scendere, fare il biglietto e salire sul traghetto, e che anche il nostro autobus insieme a quello che c’è dentro salirà sulla nave. Finché non vedo coi miei occhi l’autobus salire sul traghetto, rimango teso e preoccupato. In tutto ciò riconosco anche una sana attenzione e vigilanza su quello che accade, ma in generale sento che il controllo e la paura mi privano della gioia del lasciarmi andare.

Questo è quello che mi mostra oggi Maestro Viaggio.
E finalmente, nel tragitto sulla nave, influenzato da un cielo grigio carico, scuro e denso, lascio andare. Lascio andare qualche lacrima, la fatica di trattenere, la pesantezza di controllare, la voglia di sapere che andrà tutto bene e che troverò una situazione ottimale per me.

Lascio andare anche il pensiero degli occhiali persi e mi affido a qualcosa che non sono io, e che fortunatamente non dipende da me.

                   

Helle e Maylene sono molto disponibili nei miei confronti, e dato che ho perso gli occhiali da vista, mi accompagnano dagli unici due ottici che ci sono sull’isola per vedere se c’è la possibilità di avere un nuovo paio di occhiali. Purtroppo in entrambi i casi il dottore oculista è a Cebu, e non rientrerà prima di una settimana.

Io sono già rassegnato a stare senza occhiali fino al mio ritorno, invece Mylene insiste nel portarmi  alla stazione degli autobus, e chiedere a qualcuno. La stazione dell’autobus non esiste, è più che altro una fermata in cui è parcheggiato un autobus. Mylene parla con due ragazzi, probabilmente addetti della compagnia dei trasporti: mi chiede dove ho perso gli occhiali e a che ora ho preso l’autobus a Cebu. I ragazzi dopo un po’ aprono le portiere del bus e cercano qualcosa tra gli anfratti del posto di guida. Se ne escono con l’astuccio azzurro dei miei occhiali.
Gli occhiali.
I miei occhiali.
Non so come sia stato possibile, come siano finiti lì, dove siano caduti esattamente: fatto sta che esprimo la mia gioia inchinandomi ai ragazzi come fossero i miei salvatori, li abbraccio, abbraccio Mylene e Helle, e mi metto a cantare, suscitando le risa di tutti.

 

 

 

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