LIBERARSI DALLA PAURA DELLA POVERTA’

“Vorrei sapere come trasformare le mie passioni in un lavoro che mi permetta di mantenermi” chiede una donna a Cristobal Jodorowsky, che legge gratuitamente i tarocchi in un locale di Bologna una volta al mese.

Lui la guarda negli occhi. “Che cosa fai? Cosa vuoi fare?”
“Faccio l’impiegata, ma dipingo, vorrei vivere con la pittura”.
“La prima domanda che si deve porre un’artista è: cosa ho da dire?” le dice Jodorowsky. “Perché il modo si trova. Ma tu, cos’hai da dire?
Quello di cui tu hai paura è di essere povera. Di vivere una vita di povertà e di miseria. E quella paura non ti fa essere chi sei”.

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Quasi tutti, ricchi o poveri, hanno o hanno avuto a che fare con la paura della povertà.
Ce l’abbiamo nel DNA. La paura di diventare poveri è legata alla paura della morte, alla sopravvivenza: memorie di nonni, antenati che dovevano procacciarsi il cibo quotidianamente per non morire di fame, storie di guerre e di carestie, credenze passate di generazione in generazione, giudizi di mamma e papà, modelli e condizionamenti sociali.

Non si può essere liberi se non si affronta la paura della povertà.

Per affrontarla bisogna comprendere bene una distinzione: la paura della povertà e la povertà sono due cose diverse.
La paura della povertà è un freno a mano psicologico che mantiene paradossalmente l’individuo in una situazione di povertà, soprattutto per chi la vera povertà non l’ha mai vissuta.
Ogni individuo ha già nella sua mente diversi scenari su cosa significherebbe l’essere poveri: ad esempio per qualcuno significa non avere un lavoro, dormire sotto un ponte, perdere la casa, mangiare alla Caritas, o essere triste e depresso. E la maggior parte delle persone che ha paura di diventare povera solitamente non ha mai dormito sotto un ponte, ha un lavoro, ha sempre dormito sotto un tetto e non è mai andata a mangiare alla Caritas.
Molti individui delle società occidentali terrorizzati dalla povertà moriranno con migliaia di euro in banca, e per tanti altri la sensazione di abbondanza e pienezza nella vita rimane confinata nell’illusione del guadagno e del possesso.

Ma che cos’è la povertà?

Domanda apparentemente facile, ma praticamente impossibile da definire.
Non mi addentro nelle possibile risposte,  né in giochi filosofici sul concetto di povertà: certo mi sento di condividere il pensiero di  Seneca per il quale“povero è non chi possiede poco, ma chi desidera di più” o citare l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica che sostiene che “i poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso”.

Una persona conosciuta di recente mi diceva che aveva scoperto di essere finita statisticamente nella fascia degli italiani al di sotto della soglia di povertà: di certo, mi diceva, lavorava meno e guadagnava meno, ma considerava la sua vita “povera” più ricca, perché ci aveva guadagnato in termini di tempo, salute e rilassatezza.
Cosa significa questo? Che poveri è bello? Neanche per sogno.

La povertà materiale non ha nulla di affascinante. In Italia, i poveri sarebbero più di quattro milioni, e i nuovi veri poveri  giovani e lavoratori. Un elemento in più per comprendere la follia del meccanismo lavoro-schiavitù-consumismo che abbruttisce e impoverisce anche chi il lavoro ce l’ha. Viviamo in un pianeta abbondante, dove le risorse sono mal gestite e sprecate, e dove la tecnologia è al servizio di un sistema economico che nel nome del profitto crea bruttezza e sofferenza, quando quella stessa tecnologia può (ormai è dimostrato) garantire un’esistenza di prosperità per ogni essere umano.
E’ anche vero che siamo stati condizionati a vivere e a spendere soldi in un certo modo, e la propaganda consumista impone stili di vita a cui pochi si sottraggono. Si potrebbe vivere bene con molto poco, ma per farlo bisognerebbe cambiare modo di vivere, di atteggiarsi, di pensare. di consumare. Pochi sono disposti a farlo, e si preferisce il lamento costante per la propria vita, cercando infiniti alibi per relegare nell’eccezione e nella stranezza chi fa delle scelte fuori dalla mediocrità.
Siamo stati educati alla paura della povertà, ma non alla bellezza della sobrietà e all’amore per la libertà.

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E’ ormai assodato che il cambiamento è un accadimento principalmente psicologico e interiore. La realtà esteriore c’entra solo in parte: i veri cambiamenti nascono da un click nel nostro cervello, da un botto dell’anima, da un movimento del cuore.
E così anche la paura della povertà non è legata alla povertà reale, ma ad immagini di scenari catastrofici che nascono nella nostra mente.

E qual è il modo più diretto per superare e liberarsi da una paura?  Sentirla, viverla, attraversarla.

Bernie Glassman, maestro zen americano, ha voluto provare in prima persona cosa volesse dire essere un mendicante. Negli anni novanta ha inaugurato gli “street retreat”,  in cui partecipanti vivono sulla strada per cinque giorni e mendicano cibo per capire cosa significa dipendere completamente dalla generosità altrui. Sembra che questo tipo di ritiro faccia così tanto bene al corpo e all’anima, che la gente è disposta a pagare 200 euro  per fare la vita da barbone, indossando vestiti vecchi  e tenendo con sé solo un documento di identità e alcune buste di plastica per mettere il cibo ricevuto in elemosina.
“Andate a vivere per strada a New York. Vi accorgerete che il cibo sta dappertutto e che, invece, i mendicanti sono affamati di affetto” afferma Glassman.

Manuele Dalcesti, pellegrino randagio, camminatore e scrittore, sostiene che la sua vita si sia trasformata, quando, privato di tutto, ha fatto il mendicante per la prima volta. In uno stato di resa alla situazione, non poteva fare altro che inchinarsi, aprire le mani e chiedere. “Parlavo con tutti. All’inizio erano loro che, portandomi uno spicciolo, cercavano di consolarmi, pensando che non avessi niente. Alla fine ero io che consolavo loro, schiacciati dal troppo che avevano. Si mettevano in fila e aspettavano”.

Nel mio libro “Manuale del Partigiano Zen” ho parlato della storia si Mark Boyle.

Nell’autunno del 2007, Mark Boyle, mentre beveva una birra con un amico in un pub di Bristol, in Inghilterra, rifletteva su come il denaro e il sistema consumista creassero una disconnessione tra noi e le nostre azioni.
Mark, manager nel settore dell’alimentazione biologica, si sentiva come un dottore che cerca di curare un paziente senza nessuna reale considerazione per le cause profonde della sua malattia. Notava che il divario tra consumo e consumatore si era talmente allargato da farci diventare inconsapevoli sulle ripercussioni disastrose che ciò che compriamo ha sull’ambiente, sugli animali e su noi stessi.

“Se coltivi il tuo stesso cibo, non ne butti via un terzo come facciamo oggi. Se costruissimo i nostri tavoli e le nostre sedie, non li butteremmo via per cambiare l’arredamento interno. Se dovessimo purificare la nostra stessa acqua probabilmente non la contamineremmo”.

Quelle profonde riflessioni davanti a una birra sarebbero rimaste degli ottimi propositi intellettuali, ma Mark era un tipo pragmatico. Prima della laurea in economia, aveva visto il film su Gandhi, ed era rimasto colpito dalla sua famosa frase “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, anche se si chiedeva di quale cambiamento si trattasse. Per Mark era il denaro che aveva creato un’enorme separazione tra la persone e quello che consumano, e voleva essere coerente con il suo pensiero. Voleva dimostrare a se stesso che era possibile vivere senza soldi per un anno.
Creò così la FreeEconomy Community, una comunità di scambio di beni, materiali, abilità, sapere e conoscenze. Tramite i contatti con queste comunità, riuscì a procurarsi un caravan e un piccolo orto alle porte di Bristol. Si organizzò, si procurò un pannello solare, e costruì un forno a legna.

Mark Boyle riusci nell’impresa di vivere senza soldi per un anno. Sembra che ci abbia preso gusto perché da allora è ancora li, e vive continuando a farsi il dentifricio in casa, a mangiare di ciò che coltiva e fare il detersivo bollendo frutta secca.
La FreeEconomy Community si è ingrandita e ora ha più di 17.500 iscritti. Gli scambi della Freeconomy Community avvengono tra persone che non abitano a più di dieci miglia l’una dall’altra e che vogliono incentrare la propria vita sul valore della gratuità. Non rifiutano il progresso ma esaltano le relazioni umane, cercando di abolire gli sprechi e rispettare l’ambiente. .

Il consumismo è solo un modello, che condiziona e si nutre delle tue scelte individuali, che plasma la realtà in cui sei e che subisci. Non significa che bisogna smettere di consumare, ma occorre mettere in discussione, a partire dai propri attaccamenti, l’ideologia omologante che trasforma la bellezza della vita in merce da quantificare e distruggere, riconoscendo che tutto ciò ha a che fare con la tua felicità. Chi lo vuole davvero, dovrà trovare il proprio modo di esistere e di vivere la vita, senza essere defraudato dalla spirale consumistica.

“La paura della miseria non ti fa essere chi sei” dice Jodorowsky a colei che vorrebbe fare l’artista, preparandosi a darle un atto psicomagico, un’azione da fare per sbloccare questa paura. “Vai per strada per un giorno intero, senza soldi, senza niente, vestita di stracci, con un cartello in cui dici di essere un’artista povera, e poi disegna per terra, chiedi l’elemosina.”

Sotto molte maschere, molti compromessi, molte fatiche, molte auto-castrazioni, molta violenza, molte relazioni assurde, si nasconde la paura della povertà, che in definitiva è la paura ancestrale di non poter sopravvivere.
Ci sono fondamentalmente due strade davanti.

La prima è resistere, fare di tutto per allontanare questa paura e cercare di fare quelle cose che, pensiamo, allontanino la povertà, qualunque cosa essa rappresenti per noi. Si tratta di stare perennemente col culo trattenuto, avere una mente mediamente avida e calcolante, scarpinare, fare i furbetti, abbuffarsi anche con la pancia piena, sfruttare o essere sfruttati, preoccuparsi continuamente, accumulare per la paura di rimanere senza in futuro.

La seconda è abbracciare la paura della povertà per non temerla più, esplorare quello che per noi significa essere poveri, entrare letteralmente nei vestiti di ciò che più temiamo, accogliere anche la ricchezza, fidarsi dell’Esistenza e delle proprie risorse interiori, lasciar andare, saper ricevere.

Ci vuole coraggio in entrambi i casi.

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